Beyond the Sud. Per la prima volta nella storia un Papa interpreta se stesso in un film

Beyond the Sud. Per la prima volta nella storia un Papa interpreta se stesso in un film
La rinascita dell’Italia centrale,  dopo  gli sconvolgimenti tellurici degli ultimi tempi, passa anche per  un turismo solidale, il che significa  tornare  nei luoghi ancora feriti  con uno spirito teso a cogliere  l’incontestata  bellezza.  Perché non programmare un viaggio  in Abruzzo, terra ricca di storia, di maestose montagne, di paesaggi grandiosi?  
Eccoci sull’autostrada per Napoli, che percorreremo fino all’uscita di San Vittore, proprio sotto Cassino. Da qui ci immettiamo sulla Casilina e poi sulla statale 6 per Venafro.  Fondata secondo il  mito  dall’eroe greco Diomede, Venafro si adagia ai piedi del monte Santa Croce. In basso la montagna è ricoperta da un fitto manto di olivi, della stessa qualità che nel passato dava l’olio liciniano. Mescolato ad essenze odorose serviva per i massaggi agli atleti.  
 
Il centro storico è una suite di palazzi signorili di un certo interesse. A palazzo Cimorelli dormì Emanuele II la notte precedente l’incontro con Giuseppe Garibaldi a Teano. Dell’antica Venafrum rimangono resti del Teatro romano, dell’acquedotto,  la via delle mura ciclopiche.  L’antica Cattedrale, una suggestiva  isola di pace, ha l’interno decorato da affreschi del ‘400. Costruita in stile romanico con influssi goticheggianti, isolata ai piedi della montagna nuda su cui spiccano solitari i ruderi del Castello, produce ancora una grande impressione.   
Dopo il ponte Sbiego sul  fiume Volturno una superstrada  porta velocemente a Castel di Sangro e Roccaraso.   
 
Roccaraso, un’elegante località di villeggiatura a 1236 metri, è famosa per i suoi impianti sciistici ed è attorniata da fitti boschi. E’ di nuova costruzione, essendo stata rasa al suolo durante l’ultima guerra.  Ha begli alberghi, bar, giardini, boutiques. Chi ama lo sport può praticare il bouling, il tennis e c’è anche un palazzo del ghiaccio. 
Passando per Rivisondoli, nota per un famoso presepe vivente, dove il 6 gennaio ogni anno giungono  i pastori dei dintorni per rendere omaggio a Gesù Bambino, si giunge a Pescocostanzo  detta  l’Atene d’Abruzzo. E’ difficile trovare un centro montano a  1400 metri di altezza con altrettanti motivi di interesse storico, artistico, culturale. Per una serie di felici circostanze, prima fra tutte un’economia ricca dovuta alle vaste estensioni dei fertili pascoli dell’altopiano, si formò nel passato una classe sociale ricca e di buona cultura, che guidò la comunità verso un grado di benessere sconosciuto ad altre comunità montane. Fu comunque il terremoto del 1456 a dare una svolta decisiva alla sua storia.  
 
Il nuovo assetto urbanistico, portato avanti da maestranze lombarde della scuola di Michelangelo, fu tracciato sul ripiano circostante al Pesco, l’antica roccaforte di cui sopravvivono soltanto i resti del castello e la chiesetta di Sant’Antonio Abate. Il monumento più importante di Pescocostanzo è la  Basilica di Santa Maria del Colle, dove per i battesimi si pratica ancora il rito ambrosiano. Si raggiunge salendo un’ampia scalinata barocca,  l’interno è a cinque navate interamente coperte da soffitti a cassettone. In fondo alla navata intermedia,  in mezzo a Santa Margherita e Santa Apollonia,  la statua in legno policromo della Madonna del Colle, della fine del ‘1000, pregevole Madonna in trono di possenti linee primitive col Bambino dal volto grave ed adulto. Nella navatella di sinistra il Cappellone del Sacramento è chiuso da un’incantevole inferriata barocca con putti, figure, girali fioriti, opera di due artisti locali, Sante e Ilario di Rocco.  Ma tutto l’insieme è di singolare ricchezza: due acquasantiere seicentesche sono sorrette da un’aquila di bronzo e il Battistero è chiuso da un elegante cancello in ferro battuto.
 Fuori, ai lati del corso principale, sfilano palazzetti rinascimentali e barocchi: il Palazzo  del  Comune con torre dell’orologio e la scritta “Universitas sui domina” (“Comunità padrona di sé”), il motto che fregia il suo stemma.  
 
Palazzo Grilli è inconfondibile per i quattro gaifi, torrette cantonali di difesa, palazzo Mansi ha un bel portale decorato. Su piazza Umberto I si affaccia anche il seicentesco ex monastero di Santa Scolastica destinato un tempo alle monache di clausura: è molto pittoresco con le sue nicchie decorate al posto delle finestre. Si alternano agli edifici nobiliari le case dai vignali fioriti di gerani. 
Tra il ‘400 e il ‘500 si stabilirono a Pescocostanzo i maestri lombardi: lavoravano la pietra, il marmo, il ferro battuto, le donne si dedicavano al merletto a tombolo. Questa tradizione artigianale continua ancora oggi, anche se molto ridotta (gli abitanti d’inverno diventano appena 700), si lavora la filigrana in oro, si fanno i tappeti e le trine. Nei negozi degli orefici si possono ammirare gioielli particolari  legati a una cultura antica: la presentosa, spilla che in passato veniva regalata dal fidanzato alla promessa sposa e la cannatora, una collana finemente lavorata, dono della suocera alla nuora nel giorno del matrimonio. 
 
Da Pescocostanzo si può raggiungere in pochi minuti il vasto altopiano carsico, dove cavalli pascolano in libertà e greggi di pecore brune vengono sorvegliate dai pastori abruzzesi, grossi cani dal manto candido. Oppure si può attraversare l’altopiano delle Cinque Miglia, l’antica via Minuccia di oraziana memoria, tradizionale via degli Abruzzi e itinerario obbligato tra la Padania e il Meridione. Da qui passarono Annibale, Giovanni Boccaccio, i sovrani angioini e aragonesi. 
 
L’altopiano era tristemente famoso nel passato per le aggressioni dei banditi, così che era costume fare testamento prima di mettersi in viaggio per attraversarlo. Adesso è una comoda, tranquilla via turistica, che corre in mezzo ai campi coltivati a erba e  grano.  E se si vuole invece indulgere alle suggestioni del primo D’Annunzio, quello verista dalle agresti e brucianti passioni sotto il cielo d’Abruzzo, allora è d’obbligo visitare nell’alta valle dell’Aventino la grotta del Cavallone, detta anche della figlia di Jorio da quando Francesco Paolo Michetti la raffigurò nel secondo atto dell’omonima tragedia del Vate. Vi troverete la sala di Aligi, il ricovero di Mila, l’eremo di Cosma, il laghetto di Splendore.

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